Ricordo tutto
- verdeacquaabbiglia
- 31 lug 2018
- Tempo di lettura: 8 min

Dal suo balcone Annarita mi saluta, mi sorride e con il suo modo coinvolgente mi dice “Facci sognare!”
Sento all’improvviso l’ascella che si intenerisce…è ansia da prestazione. Quello che mi vuole dire Annarita intendo sia di scrivere durante la mia vacanza e portare con me su spiagge e mari Ellenici i “miei potenziali lettori”.
Ho pensato tanto a quelle parole durante questi giorni di vacanza ed in verità molti sono stati i momenti in cui mi sono detta “però, sarebbe bello scrivere di ciò”, poi in verità i giorni sono passati, quei momenti volati via insieme alle parole non scritte.
Ieri sera però, messe al letto le piccole, il sonno era ormai svanito e la mente ha cominciato ad andare per le sue strade raccogliendo qua e la i frammenti della giornata appena trascorsa fino a soffermarsi sulle notizie che giungevano da Atene, dell’incendio devastante…..ho vissuto di nuovo quelle ore terribili, in cui ogni decisione può essere quella sbagliata, quella fatale ma non è un gioco, può non esserci una seconda possibilità….
Diversi anni fa ero in vacanza in Grecia con i miei genitori, nello stesso paese dove sono ora e dove vengo da circa 30 anni, un paese dove mi sento a casa, che conosco in ogni angolo ma nelle cui vie mi piace perdermi ancora come fossi una turista nelle ore calde e assolate dei pomeriggi estivi.
Conosco le sue spiagge, i suoi fondali i suoi ritmi e soprattutto il suo silenzioso espandersi. Come denso cioccolato che morbido ricopre la superficie irregolare di un muffin accumulandosi nei punti più accessibili e lasciando dietro di sé solo tracce discontinue di dolce glassa sulle zone più scoscese, così anno dopo anno ettari di profumati pini verdi hanno lasciato il posto ad un edificato arrogante che impone la sua fastidiosa presenza. Ville, villette, case a schiera, villaggi di lusso, residence di massa, tanti troppi lungo spiagge che ricordo essere solo lunghe distese di canne o appollaiate sulle dolci colline che una volta erano spazi intoccati, che avrebbero dovuto difendere così vergini. Erano luoghi quelli che davano a questa nazione prodotti originali con i quali attrarre turisti perseguendo così il duplice fine di mantenere una propria identità, lontana dagli standard di omologazione di massa, e trarne sostentamento e ricchezza. Non vai in Grecia perché vuoi acquistare un vestito da Zara o mangiare un panino al Mc; vai in Grecia perché vuoi nuotare in acque cristalline, vuoi magiare il pesce appena pescato dal silenzioso pescatore sulla sua barca in legno rigorosamente tinteggiata di bianco e azzurro, perché vuoi assaggiare il vino speziato alla resina, perché vuoi leccarti le dita di miele…..
Il paese di cui scrivo ha nel suo nome racchiuso la sua bellezza originaria e la sua condanna: ufficialmente infatti si chiama “Pefkohori” ovvero “il paese dei Pini” mentre gli abitanti locali usano chiamarlo “Kapsohora” ovvero “la terra che brucia”; ne sono passati tanti di incendi in queste zone che hanno lasciato terre pronte all’uso per imprenditori del cemento senza scrupoli che non sembrano aver trovato intralci nel realizzare i loro progetti. Ed infondo non so cosa mi faccia più male se guardare oggi questo paese e ritrovarlo deturpato da tanto costruito oltretutto neanche rispettoso della originale architettura locale o pensare che dietro a tutto ciò ci sia uno “Stato” che per un proprio personale ed immediato tornaconto non abbia avuto l’onestà e la lungimiranza di evitare di speculare dietro a quella che hanno voluto far passare come una disgrazia naturale avulsa dalla mano dell’uomo. Personalmente non credo alla storiella che ci hanno raccontato in quei giorni dell’incendio, dove ci dissero che non so quale numero elevato di fulmini erano caduti nel bosco fino a generare l’incendio.
Io vorrei invece guardare negli occhi coloro i quali hanno avuto il coraggio di cancellare in poche ore paesaggi, storie, vite.
La mia famiglia ed io quella sera siamo stati fortunati, abbiamo avuto salva la vita e poi il giorno successivo abbiamo scoperto di non aver neanche avuto danni alla casa, altri non sono stati fortunati come noi.
Ricordo tutto.
L’incendio è divampato nel tardo pomeriggio a pochi chilometri dal nostro paese, si vedeva una nube scura di fumo in lontananza, ma nessuno aveva idea che ci stesse per arrivare alle spalle, nessun allarme veniva diramato, non c’era polizia ad istruirci su cosa fosse bene fare: era una situazione sotto controllo o dovevamo scappare? In più il sopraggiungere della notte non ci permetteva più di valutare se quella nube nera e minacciosa che prima potevamo riconoscere in cielo si stava allontanando o avvicinando a noi. Ognuno di noi era “libero” di scegliere come comportarsi o forse direi abbandonato e costretto ad agire secondo il proprio istinto: perché se non sai non puoi prendere una decisione che abbia un fondamento di ragione, puoi solo agire d’impulso.
Noi ci siamo trovati a decidere come salvarci quando già le fiamme ci erano vicine e se già era difficile pensare la loro presenza agitava, se possibile, ancora di più le nostre menti. Eravamo tre famiglie, la mia e quelle di due miei zii, ricordo come fosse ora che i miei zii volevano cercare la salvezza correndo verso la spiaggia e magari buttandosi in mare mentre i miei ed io sostenevamo che fosse meglio allontanarsi in auto dal paese.
Entrambe le soluzioni avevano le stesse probabilità di portarci in salvo o verso un punto di non ritorno:
_ soluzione spiaggia: le mie zie ed i mie cugini non sapevano nuotare quindi mi sembrava difficile allontanarci dalla terra ferma a nuoto tanto più che ormai era buoi e anche a me, che problemi non le ho con le profondità marine, non sorrideva molto l’idea di allontanarmi a nuoto nel mare nero; ma motivo di base per cui eravamo contrari alla spiaggia era il fumo , avevamo paura che se pure fossimo sfuggiti alle fiamme comunque saremmo rimasti vittime del fumo, l’aria era sempre più irrespirabile.
- Soluzione fuga in auto: avremmo preso si la direzione opposta a quella che pensavamo essere quella dell’incendio ma:
o 1: gli zii avrebbero dovuto recuperare la loro macchina nel centro storico del paese quindi intanto ci saremmo dovuti dividere inoltre, visto già il normale affollamento del paese ed in più la concitazione di quei momenti non sarebbe stata una cosa semplice e rapida l’uscita dal centro con le auto.
o 2: la viabilità della penisola dove ci trovavamo praticamente era composta di un’unica arteria che a cerchio si srotolava lungo le due coste. Quindi l’incendio ci arrivava da Nord, noi avremmo dovuto prendere la direzione Sud arrivare fino in fondo alla penisola per poi risalire lungo la costa occidentale. Tutto ciò portava con sé:
· a) attraversare in macchina la pineta! (quindi potevamo considerarci salvi solo qualora fossimo stati più veloci noi a percorrere la strada che il fuoco ad avvolgere di fiamme il bosco);
· b)l’incendio da quelle che erano le poche, frammentarie e discordanti notizie che arrivavano sembrava essersi divampato verso la costa orientale della penisola e noi ritenevamo stesse mantenendo tale traiettoria essendo giunto fino a noi, ma in verità se i venti avessero voluto lo avrebbero potuto indirizzare verso la costa occidentale risalendo i dolci crinali che dividono le due coste, ovvero a dire che dopo tutta la strada percorsa ci saremmo trovati faccia a faccia con le fiamme.
Come intuibile in quel momento non c’era una soluzione giusta o sbagliata a priori …..lo avremmo saputo solo dopo.
Fu scelta la soluzione della fuga in macchina; si aggiungeva ansia ad ansia, ora infatti ci sentivamo responsabili di quello che sarebbe stato il destino di tutti noi.
I miei due zii andarono a tentare di recuperare le loro auto, noi corremmo in casa tentando di pensare a cosa fosse indispensabile portare con noi: i miei presero i documenti, i soldi ed i cellulari io nel mio zaino misi solo bottiglie di acqua e asciugamani. Al fuoco i nostri corpi non avrebbero potuto opporre alcuna difesa mentre speravo potessero essere quelle minime dotazioni sulle nostre bocche salvezza contro il fumo. Fu così che fuggimmo in sette dentro una saxo rossa scuro che papà aveva noleggiato per la vacanza (….non credo mi comprerò mai una saxò…troppi ricordi…anche se in verità glielo dovrei a pensarci bene fu il nostro mezzo per la salvezza).
Le strade si percorrevano con grande difficoltà, una fila di macchine che incolonnate cercavano speranza infilandosi nel bosco e lungo l’asfalto sparsi turisti con bambini e valige che sprovvisti di alcun mezzo si guardavano intorno senza sapere né capire quale potesse essere la giusta direzione.
Immagino che se già fosse difficile per noi che conoscevamo quei luoghi spostarsi e decidere una strada piuttosto che un’altra, per loro, stranieri di quei posti, devono essere stati momenti di panico e follia.
Il fuoco alle nostre spalle sembrava coprire distanze molto più velocemente di quanto noi potessimo fare incolonnati lungo la strada. A rendere ancor più angosciante la fuga fu poi la presenza di un tronco d’albero che era caduto di traverso sulla strada e rallentava ulteriormente un viaggio che già sembrava interminabile. Ad un certo punto del percorso decidemmo di fermarci per attendere di ricongiungerci con gli zii…i loro cellulari squillavano a vuoto.
Ricordo tutto.
Ricordo la paura.
Ho capito cosa significhi sentirsi il sangue gelato nelle vene: è proprio così la paura è un abbraccio gelido che setti sotto pelle, nelle braccia, nelle gambe, nella testa.
Fortunatamente dopo minuti che sembravano ore interminabili riuscimmo a parlare con loro e a darci un appuntamento in luogo diverso da dove ci eravamo fermati dal momento che avevamo ragionato essere quella una pompa di benzina e pertanto non sembrava essere il luogo più opportuno dove stazionare con un incendio alle calcagna.
Alla fine tutti ricongiunti, ci fermammo per trascorrere la notte in un hotel di un paese che i capofamiglia ritenevano sufficientemente lontano dai focolai (personalmente ormai preda della paura, che aveva avuto la meglio sulla mia razionalità, sarei scappata a Salonicco e magari anche oltre).
Il giorno dopo le nostre scelte si rivelarono giuste: eravamo tutti salvi.
Quando mi risvegliai il mattino sul mio cuscino ritrovai un piccolo oggetto: mia madre nella fuga aveva avuto un pensiero per me ovvero l’attenzione e la tenerezza di mettere in salvo quell’oggetto inutile per la nostra salvezza ma consapevole per me fosse importante. Era un regalo che i miei mi avevano fatto per il compleanno proprio quella estate prima di partire per le vacanze; un piccolo registratore video-foto-audio. Con quello avevo documentato i momenti dell’incendio fino a prima della fuga poi al momento di selezionare le poche cose da portar via non lo avevo scelto lasciando il posto a dotazioni di sopravvivenza. Ma la mamma lo sapeva che seppur, non utile nel momento critico, sarebbe stato per me importante averlo salvo quando e se tutto fosse andato bene.
A distanza di anni in quel registratore ancora ci sono i video girati durante la notte dell’incendio e le foto scattate agli interminabili chilometri di bruciato che il giorno dopo attraversammo per tornare al punto di partenza e scoprire se avevamo ancora una casa integra o se era stata violata dalle fiamme. Come detto, ancora una volta scoprimmo di essere stati fortunati, dopo la vita anche la casa era salva. Ricordo che ritornati nel complesso edilizio, di cui faceva parte il nostro appartamento, ci fermammo a parlare con un nostro vicino, il Sig. Nestore; lui e sua moglie avevano deciso di non abbandonare la casa la sera prima e si erano chiusi dentro, sigillati alla meglio. Si erano trovati a decidere non solo per la loro vita ma anche e soprattutto per quella delle loro nipotine mandate in anticipo dai loro genitori dalla Germania per trascorrere le vacanze con i nonni. I loro sguardi tradivano tutta la pressione psicologica che quella decisione era loro costata consapevoli di dover in pochi minuti operare una scelta che avrebbe influito sulla vita o sulla morte delle piccole.
Forse Annamaria quando mi ha chiesto di farla sognare forse si era immaginata di leggere di qualche pomeriggio su spiagge selvagge bagnate da acque cristalline ed invece ritorno da queste vacanze con un racconto triste e tanta tristezza dentro, con la paura di nuovo vissuta mai dimenticata ma neanche mai narrata. Con l’amarezza che quello che ho vissuto io, i fatti di questa estate di Atene saranno solo date e luoghi di un lungo elenco….alla cupidigia, alla ferocia e alla stupidità dell’uomo non c’è storia che possa essere maestra. Vite, sogni, speranze continueranno ad essere bruciate.
Per onestà della cosa narrata devo riconoscere a posteriori che non sarebbe stata una decisione sbagliata anche quella di scendere verso il mare, come proponevano i miei zii, nella notte infatti dalla penisola antistante avevano organizzato delle piccole navi che portavano in salvo tutti coloro che avevano cercato nel mare la loro salvezza.



Grazie korinna per le emozioni che mi hai fatto provare leggendo queste tue righe.sono trapelate gioia, rabbia, speranza,dignità, desiderio di trascorrere e assaporare ogni momento tanto che se chiudo gli occhi sento le onde,la pace, mi sembra di stare in mezzo alla piazzetta e mi sembra di sentire in bocca il sapore del vino .ma al tempo stesso sento la pelle diventare arida e l'aria che ti secca la gola tanto da far fatica a respirare, la fuga, la speranza e finalmente un riparo .poi......la notte che cancella tutto e la nostalgia di quei posti che ti rimangono negli occhi e nei ricordi e che nessuno potrà mai cancellare. Grazie ancora perché i sogni fanno emozionare e tu mi ha…